Avellino, l’ora più buia con quel 15 ottobre a fare da spartiacque

Salernitana

È notizia di oggi che, nonostante il cauto ottimismo filtrato in mattinata, anche il TAR del Lazio ha respinto il ricorso dell’Avellino volto alla riammissione del sodalizio irpino nel campionato cadetto. Il ricorso degli avvocati Lentini e Chiacchio, che aveva già accompagnato invano l’Avellino lungo tutta la trafila dei ricorsi interni alla giustizia sportiva, non ha dunque convinto l’organo di giustizia amministrativa di primo grado, condannando i lupi a rincorrere persino per l’icrizione al campionato dilettanti, che potrebbe avvenire solo in caso di rifondazione della società.

Sembra passato un secolo dal 15 ottobre 2017, quando l’Avellino – avanti due reti a zero sulla Salernitana – era virtualmente primo in Serie B. Se il risultato di quella partita è già consegnato ai posteri, si pone l’esigenza – al di là dei campanilismi – di una riflessione: non sapremo mai come sarebbe andata a finire (sia per gli irpini che per i granata) se la Salernitana non avesse ribaltato quella partita che sembrava già persa, e pensare che il dramma odierno sia in qualche modo una conseguenza diretta di quel 2-3 rappresenterebbe un grosso esercizio di disonestà intellettuale, ma è indubitabile che da allora qualcosa in casa Avellino si è rotto. Calciatori e allenatore passarono da eroi a traditori (per non dire altro) nel giro di una ventina di minuti; la proprietà cessò di godere dell’armistizio che una tifoseria nuovamente furibonda aveva concesso solo in nome degli ottimi risultati raccolti in quel primo scorcio di campionato; l’aria si fece pesante, a tratti irrespirabile, condannando gli irpini a cercare di rifarsi nel match di ritorno e dilapidando il prezioso patrimonio di entusiasmo e consapevolezza che il mondo Avellino aveva acquisito sino ad allora. Un ambiente, dunque, tossico che si ripercosse sull’intero campionato del sodalizio biancoverde, salvatosi solo nelle battute finali e con la complicità di un calendario più semplice di quello delle dirette concorrenti. Quella di quest’estate è un’altra storia, per la quale i tifosi dell’Avellino farebbero bene a ringraziare Taccone e le persone che gli stanno intorno.

Al di là dell’accesa rivalità che intercorre tra salernitani ed avellinesi, che perdono una delle gare più sentite della stagione per questioni estranee ai meriti sportivi, l’epilogo odierno non può che causare una certa amarezza: senza contare gli scandali e i fallimenti che hanno investito massima e terza serie, le società non iscrittesi al campionato cadetto sono ora ben tre; un’altra partirà con una pesante penalizzazione per una serie di illeciti di una certa rilevanza; al 7 agosto non si conoscono tutte le partecipanti, né tantomeno l’effettiva consistenza numerica, del campionato cadetto. L’auspicio è che questa terribile estate possa segnare il punto di non ritorno per il nostro calcio, poiché continuare a mettere la testa sotto la sabbia – in attesa dei prossimi scandali – è un atteggiamento che le istituzioni non possono più permettersi di tenere. Ne va della credibilità, già ampiamente minata, di un movimento che non può giocare oltre con la passione di tante persone che ad Eupalla immolano denaro, tempo e salute e che, più prima che poi, potrebbero definitivamente stancarsi di farlo.