Giuseppe Plaitano: “Il mio ricordo di quel 28/4/1963. Quel proiettile dovuto a una tragica fatalità…”

Salernitana

Ieri, nel corso della trasmissione “Quarantena Granata” in onda sulla pagina ufficiale Facebook di SalernoGranata.it, si è ricordato il 28 aprile 1963 e quel tragico Salernitana-Potenza, con l’invasione di campo dei tifosi, l’intervento delle forze dell’ordine e quel proiettile vagante che uccise Giuseppe Plaitano, seduto in tribuna e diventato il primo morto negli stadi italiani. Una vicenda triste, ripercorsa anche grazie a suo nipote Giuseppe Plaitano, gradito ospite della trasmissione ieri. Queste le sue principali dichiarazioni:

Sul suo ricordo di quel 28 aprile 1963: “Ho un ricordo vago, avevo 6 anni e arrivò una telefonata a casa, a Castellammare di Stabia, città dove vivo. Mio padre, fratello maggiore di Giuseppe, lasciò tutto e andò via. Noi non capimmo cosa stesse succedendo, poi con il tempo abbiamo realizzato cosa stesse accadendo”.

Su un suo ricordo dello zio: “Purtroppo mancò, come detto, quando aveno 6 anni quindi i miei ricordi sono vaghi. Mio zio era molto presente nella vita di mio padre, era una persona mite ed era stato in Marina come tutti noi della nostra famiglia. Non a caso, lui si trovava tra i “tranquilli”, seduto al suo posto in tribuna nonostante in campo stesse accadendo di tutto. Fu una ferita che lasciò esterrefatti tutti“.

Sulla sua descrizione dell’episodio: “Era un giorno particolare, dato che era alta la posta in palio (la Salernitana si giocava con la capolista Potenza le ultime possibilità di un’eventuale promozione in B, ndr). Purtroppo, fu una tragica fatalità. Nel mentre dei tafferugli, un rappresentante delle forze dell’ordine intervenuto per sedare il tutto, sparò un colpo in aria. Ma, proprio nell’attimo in cui stava premendo il grilletto, il suo braccio venne colpito e questo fece sì che il proiettile indirizzato in aria andò verso la tribuna e colpì alla tempia mio zio, che, fatalità vuole, proprio in quel frangente si era girato verso destra per osservare l’uscita dal terreno di gioco dei calciatori“.

Sulla vicenda giudiziaria dovuta a quell’episodio: “Come sapete, nonostante sia passato molto tempo, mio cugino Umberto si sta ancora battendo per la riapertura delle indagini affinché si scoprano nuovi elementi sulla morte del padre“.

Sulla sua “convivenza” delle passioni per Salernitana e Juve Stabia: “Posso dire che quando Salernitana e Juve Stabia si incontrano, mi farebbe piacere che nessuna vinca o che vincessero tutte e due. Il pareggio sarebbe la cosa più ideale. Sono di origini salernitane, mio padre è di Salerno e la Salernitana è una parte del mio cuore, così come lo è la Juve Stabia, vivendo da sempre a Castellammare“.

Sulle differenze tra il tifo del passato e il tifo odierno: “Forse prima non esisteva il tifo degli ultras, ma vi erano elementi di folclore in più. Negli anni ’50-’60, a Castellammare, per esempio, vi erano sostenitori vestiti in particolari modi che eseguivano riti scaramantici. C’era più bonarietà. Il mio rapporto con il calcio oggi? Sono un tifoso “non praticante”, lo vivo in maniera più distaccata. Sono un tifoso da salotto“.

Sul suo archivio fotografico: “Il mio archivio è tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in quanto considerato di rilevanza nazionale. Spazia dalla fine del secolo scorso fino agli anni ’50 e si rifà a Castellammare e tutto ciò che concerne la storia della cittadina stabiese, con moltissimo materiale che riguardante i vari delle navi, essendo Castellammare storica sede dei Cantiere Navali. Ovviamente, spazio anche alla Juve Stabia. Vi sono anche diverse foto di Juve Stabia-Salernitana, risalente alla stagione 1951-1952“.

Sull’ubicazione troppo centrale dello stadio Menti di Castellammare di Stabia: “Sì, è un impianto che è ubicato lungo un’arteria principale di Castellammare, ma non vi è spazio in città per un altro stadio. Forse, solo sulle colline di Varano, ma è difficile in quanto in quella zona sono presenti ville romane soggette a vincolo“.

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