Non chiamatela fortuna…

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Sospeso in aria, per una frazione di secondo. In volo, sul secondo palo. In attesa della chance clou della partita. Ed eccola lì, in pieno recupero e a pochi giri d’orologio dal termine. Traiettoria disegnata dalla sinistra per la testa del gigante. Milan Djuric. Col suo metro e novantanove. Uno stacco imperioso alle spalle dei difensori amaranto. Un colpo preciso, determinato. E l’Armando Picchi che si colora di granata. Si accende l’entusiasmo per una Salernitana nuova di zecca. Non solo negli uomini, ma principalmente nelle idee. Quelle di Gian Piero Ventura. Una squadra rivoluzionata rispetto alla scorsa stagione. Sembra esser passata un’eternità dal rischioso playout di Venezia. E, invece, dopo meno di quattro mesi, il Cavalluccio vive un periodo di grande splendore.

Un momento condiviso con le big del campionato. La Bersagliera, infatti, si è accomodata momentaneamente sul secondo gradino della classifica. Mettendosi alle spalle le concorrenti più agguerrite per la promozione in massima serie. I dettami tattici sono stati assimilati, il cambio di rotta è palpabile. Il gruppo è più affiatato che mai e il merito è tutto da attribuire al tecnico ligure. Un uomo messo in discussione dall’Italia intera e pronto a riscattarsi in una piazza demoralizzata. Lo spirito di rivalsa con un grattacapo tra le mani. Ventura si è fissato un obiettivo all’inizio del torneo. Riportare la gente allo stadio, riempire di nuovo l’impianto di via Allende in seguito alla spaccatura di qualche mese fa. E il lavoro svolto finora è evidente. Guai a conferire i pregi alla fortuna.

Nei successi della Salernitana c’è tutto. Fermarsi alla buona sorte e alle coincidenze è totalmente inopportuno. Quattro vittorie, di cui tre in trasferta, su sei gare non sono frutto solo del caso. I tredici punti conquistati sui diciotto disponibili non rispondono soltanto ai demeriti degli avversari. C’è molto di più. Le prestazioni della formazione granata non sono ancora perfette, le sbavature non mancano. Ciò che emerge, però, è la cattiveria agonistica. La caparbietà e il carattere. La voglia di fare e di non mollare mai. Senza abbattersi agli infortuni, agli episodi e alle decisioni esterne. La salvezza resta il traguardo primario. Quello da raggiungere in fretta per un’annata tranquilla. Il successo del Picchi, d’altra parte, riapre il cassetto. Quello dei sogni e dei desideri. Mai nascosti. E, in questo caso, tutto dipenderà dal destino.

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