Sadotti a SG: “Che spettacolo l’Arechi, bellissimo aver giocato a Salerno. Quella cena di Natale con Aliberti. L’autogol di Venezia? Sfortuna. E Masinga…”

news

In vista di Venezia-Salernitana, è un piacere per SalernoGranata.it dare voce a un doppio ex magari meno noto ai più giovani, ma sicuramente ben ricordato dalla maggioranza dei tifosi della Salernitana: Mirco Sadotti. Difensore di ruolo, Sadotti vestì la maglia dei lagunari nella stagione 1995/1996 e quella granata in quella successiva. Lasciando un suo “marchio” in un Venezia-Salernitana quando vestiva la maglia arancioneroverde.

Ciao Mirco. Grazie per aver accettato il nostro invito. Sveliamo subito l’arcano. Almanacchi alla mano, nella tua esperienza in granata non hai mai segnato. Ma in realtà, un “gol” l’hai realizzato, vero?
Ciao e grazie a voi. Ho capito a cosa ti riferisci. Stai parlando della partita Venezia-Salernitana 1995/1996 (4/a giornata, 17 settembre 1995, ndr), quando feci l’autogol che fissò il punteggio sul definitivo 3-0 per la Salernitana. Tengo a precisare che però non fu un mio errore. La palla rinviata da Fogli, se ben ricordo, involontariamente mi colpì e, siccome mi trovavo a mezzo metro dalla porta, finì in rete.

La stagione successiva, però, passasti proprio alla Salernitana. Che ricordo hai di quella stagione in granata?
Allora, tieni conto che mi emozionai già da avversario, vedendo l’Arechi pieno quando scesi a Salerno col Venezia. Poi, l’estate successiva, il direttore sportivo Cannella mi volle alla Salernitana. Avevo 21 anni ma ero già al terzo campionato di B. Mi ricordo perfettamente tutto. A cominciare dal ritiro estivo di Tenna, quando il Presidente Aliberti parlava senza mezzi termini di puntare alla Serie A, dopo averla sfiorata la stagione precedente. Ed era una squadra pazzesca. Come dimenticare Pisano, Artistico, Breda, Dell’Anno, Tudisco, Grimaudo, Ricchetti, il povero Masinga e tanti altri. Facemmo qualcosa come quasi 15000 abbonati, se non erro (13445, ndr).

Una stagione che però non andò benissimo, viste le premesse.
Sai, magari eravamo troppo caricati e avevamo talmente tanta pressione che ci sgonfiammo. Poi ci fu il cambio di allenatore da Colomba a Varrella e tanti altri fattori che fecero sì che il campionato non fosse tanto positivo. Sai, affinché una stagione sia vincente devono esserci tante combinazioni che vadano per il verso giusto.

La partita più bella di quella stagione, anche se potrei già immaginare la risposta…
E se stai pensando a Salernitana-Brescia 4-1, stai immaginando bene. Che partita! 4-1 contro il Brescia di Pirlo e Bizzarri che vinse il campionato, dopo che l’anno prima sfiorò la retrocessione in C. Mi emoziono a ripensare a come era pieno l’Arechi quel giorno. Uno spettacolo, troppo bello. Salerno è una città bellissima e mi fa sempre piacere quando capita di ripassare da quelle parti. Come recentemente, quando sono stato a Paestum.

Hai citato Phil Masinga. Un tuo personale ricordo del compianto attaccante sudafricano.
Phil era un ragazzo incredibile. Ricordo tante legnate in allenamento che ci davamo reciprocamente perché lui aveva un fisico possente, ma ovviamente sempre con rispetto. Poi, siccome non parlava l’italiano, lo aiutavamo sempre per ogni cosa pratica. Quando ho appreso della notizia della sua scomparsa, ci sono rimasto molto male.

E dei due tecnici, Colomba e Varrella?
Varrella è un maestro di calcio, un professore. Forse un po’ troppo professore per il nostro gruppo. Colomba invece fu un signore, un allenatore incredibile. Ne ho un bellissimo ricordo. Un gentiluomo con tutti, società, calciatori che giocavano e calciatori che non giocavano. Anche se a ben pensarci, mi rammento un altro episodio divertente di quella stagione.


Quale?
Mi ricordo della cena di Natale che facemmo a casa del Presidente Aliberti, a San Giuseppe Vesuviano. Una festa memorabile, con tanto di fuochi d’artificio. Ho un ricordo bellissimo del Presidente, un vero signore. Non posso dimenticare che ci ha sempre difesi, anche quando le cose andavano male. Quell’anno lui non aveva colpe per quello che accadde, evidentemente parecchi calciatori non erano pronti per una piazza come Salerno. Io poi venivo dalla presidenza Zamparini a Venezia. Posso dire di aver conosciuto tre dei più grandi presidenti della storia del calcio come Berlusconi, Zamparini e Aliberti. E ribadisco che dei presidenti ne può parlare solo chi li ha effettivamente conosciuti.

Hai parlato prima di pressione. Quanto può incidere nel bene o nel male in un gruppo di calciatori e quanto incise nella tua esperienza a Salerno?
Bisogna fare i conti con i giocatori che hai. Un conto è la gestione della pressione da parte di un giocatore già esperto e che ha giocato in piazze dove ha già avuto a che fare con la pressione dei tifosi, un altro conto è lo sviluppo dello stesso processo da parte di un calciatore più giovane. Faccio l’esempio del sottoscritto, che arrivò a Salerno a 21 anni. Avevo giocato a Cesena e Venezia, piazze dove la pressione dei tifosi era molto ridotta. Praticamente nessuno assisteva agli allenamenti e la domenica al campo vi erano al massimo 4000 spettatori. Una volta a Salerno, noto che i tifosi erano presenti fin dal ritiro estivo in Trentino. Ti racconto un aneddoto. Una settimana dopo che ero approdato alla Salernitana, entrai in un bar e già tutti mi riconoscevano e mi salutavano, una cosa incredibile in altre piazze. Un affetto che però può rischiare di tramutarsi in un’arma a doppio taglio. Perché tanto ti può galvanizzare quando le cose girano bene, tanto ti può ritorcerti contro se per un motivo o nell’altro le cose vanno male. E questo l’ho provato su me stesso in quella stagione dove eravamo partiti con grandi aspettative, ma per un motivo o per l’altro il campionato non è andato come tutti speravano che andasse.

Senti ancora qualcuno di quel gruppo?
Ti dico la verità, no. Sono rimasto in contatto con alcuni giocatori con cui ho giocato in carriera ma non di quella Salernitana

C’è rammarico per non aver fatto parte del gruppo successivo della Salernitana, quello che stravinse il torneo di Serie B?
La squadra con Di Vaio e altri, dici? Un pizzico di rammarico c’è, però devo dire che pure io dopo la Salernitana mi sono tolto le mie soddisfazioni. Nel 97/98 ero al Monza e fui nominato miglior giovane della Serie B, l’anno successivo feci parte della rosa del Milan e giocai mezz’ora al “Santiago Bernabeu” contro il Real Madrid. Soddisfazioni indelebili.

Stai continuando a seguire le vicende della Salernitana e della Serie B di quest’anno? E che ne pensi del prossimo Venezia-Salernitana, da doppio ex?
Beh, in primis seguo il calcio giovanile perché ho mio figlio Edoardo che da 3 anni gioca nelle giovanili della Fiorentina. Però seguo il calcio e soprattutto le vicissitudini delle mie ex squadre, tra cui ovviamente Venezia e Salernitana. Riguardo la partita di sabato prossimo, penso che i granata abbiano qualcosa in più rispetto ai lagunari. E non solo per la classifica, per quanto possa contare ora la graduatoria in questo momento del campionato. Per il futuro, beh, senza girarci troppo attorno un pubblico come Salerno meriterebbe sempre la Serie A. Poi, per vincere un campionato occorrono che vadano bene diversi fattori, ovviamente.

Una domanda generale: è vero che rispetto ai tuoi tempi la qualità tecnica dei calciatori è globalmente diminuita? E perché non si insegna più a difendere come una volta?
Con questa domanda mi fai un assist incredibile e potremmo stare ore a parlare. Più sinteticamente, spiegandotela con un esempio, ti dico che io ho esordito nel Milan a 17 anni. Ed era il Milan dei Baresi, dei Maldini e dei Costacurta. E a quell’età, solo per arrivare a “toccare” San Siro con quei “mostri” davanti devi essere veramente forte. Ora nel Milan può praticamente giocare chiunque, è una cosa imbarazzante. Poi, a contribuire al decadimento tecnico della qualità vi sono anche queste regole in Lega Pro e in Serie D che impongono a far scendere in campo un certo numero di “under”. Se devono giocare i giovani per forza, è inevitabile che ne viene meno la qualità. Il giovane, se è forte, gioca a prescindere da qualsiasi regola. Bolchi, per esempio, non ebbe certo problemi nel farmi giocare titolare in Serie B col Cesena a 18 anni. Ed è vero che non viene più insegnata la tecnica del difendere. Mi ricordo mister Maurizio Viscidi ai tempi delle giovanili del Milan. Stavamo giornate intere ad ascoltare insegnamenti difensivi, a lavorare sui movimenti, sulla postura, ecc… Se le partite le vincevi 1-0 o 2-0 era uno spettacolo, perché avevi vinto e non avevi preso gol. Ora si pensa all’olandese, bisogna fare un gol in più. Si sta snaturando la mentalità italiana del gioco del calcio e a lungo andare anche la Nazionale ne sta facendo le spese.

In conclusione, cosa fa ora Mirco Sadotti?
Guarda, io ho smesso a 37 anni di giocare quando ero in Promozione dopo essermi rotto il crociato. Ma già nel 2002 avevo avviato un’attività imprenditoriale, aprendo una palestra ad Arezzo. Ora ho 2 palestre e 2 ristoranti, collocati ad Arezzo e dintorni.

Tagged