“Vincenzo De Luca: giù le mani dalla nostra Salernitana”.

Non è una frase qualunque. È una presa di posizione. È territorio.
Perché chi conosce Salerno lo sa: la U.S. Salernitana 1919 non è una società di calcio. È una linea di confine. È identità. È memoria collettiva. È una città che si riconosce, si difende e, quando serve, si ribella.
E allora quello striscione non è solo una risposta. È una reazione viscerale alle parole pronunciate nelle ultime ore dallo stesso De Luca, tornato a parlare della Salernitana con toni preoccupati, evocando un vuoto imprenditoriale “dai tempi di Peppino Soglia”.
Parole che, lette altrove, sarebbero analisi.
A Salerno diventano ingerenza.
Perché qui la memoria è lunga. E la diffidenza pure.
Ogni volta che la politica si avvicina al pallone, la curva alza il muro. Le ragioni non basterebbe un libro per riassumerle.
Non è la prima volta, e probabilmente non sarà l’ultima. Ma c’è qualcosa, stavolta, che suona diverso. Più netto. Più istintivo. Più “nostro”. E sicuramente agli antipodi con quanto sta accadendo ora in casa granata..
Quel “giù le mani” è un confine tracciato con decisione.
È la paura – nemmeno troppo nascosta – che qualcuno possa mettere bocca, orientare, condizionare.
È il rifiuto di qualsiasi regia che non nasca dal cuore granata.
E mentre la squadra vive uno dei momenti più confusi degli ultimi anni, tra risultati che non arrivano e prospettive tutte da decifrare, la città si ricompatta dove lo ha sempre fatto: nella difesa dell’appartenenza.
Non c’è bisogno di cori, oggi.
Basta uno striscione.