Negli ultimi anni, seguire la propria squadra del cuore in trasferta è diventato sempre più complicato, quasi un atto di resistenza più che una semplice passione sportiva. Quella che un tempo era una ritualità fatta di pullman all’alba, sciarpe al collo e cori improvvisati lungo l’autostrada, oggi si scontra con una serie di ostacoli che scoraggiano anche i tifosi più fedeli.

Il primo grande problema è di natura economica. I costi dei biglietti aumentano, i trasporti sono sempre più cari e spesso le trasferte richiedono almeno un pernottamento. Tra treni ad alta velocità, carburante, pedaggi e alloggi, seguire la squadra lontano da casa può trasformarsi in una spesa proibitiva, soprattutto per i più giovani o per chi vive di stipendi normali. La passione, da sola, non basta più.

A rendere tutto ancora più complesso ci sono le restrizioni legate alla sicurezza. Divieti di trasferta, tessere del tifoso, biglietti nominativi e settori ospiti contingentati hanno progressivamente svuotato gli stadi lontano da casa. Misure nate per prevenire disordini finiscono spesso per colpire indiscriminatamente migliaia di tifosi pacifici, trattati più come potenziali problemi che come parte fondamentale dello spettacolo sportivo.

Anche la burocrazia gioca un ruolo importante. Orari delle partite comunicati all’ultimo momento, anticipi e posticipi continui rendono difficile organizzarsi con il lavoro e la vita quotidiana. Chiedere un giorno di ferie o pianificare un viaggio diventa un azzardo, perché nulla è mai davvero certo fino a pochi giorni prima del fischio d’inizio.

Non va poi dimenticato il cambiamento culturale che ha investito il calcio moderno. Gli stadi sono sempre più orientati verso un pubblico “occasionale”, famiglie e turisti, mentre il tifoso organizzato, quello che macina chilometri per sostenere la squadra, viene spesso marginalizzato. La trasferta, da momento di aggregazione e identità collettiva, rischia di diventare un privilegio per pochi.

Eppure, nonostante tutto, c’è ancora chi parte. C’è chi affronta notti insonni, chilometri infiniti e mille difficoltà pur di essere presente, perché seguire la propria squadra non è solo guardare una partita, ma difendere un legame profondo, fatto di appartenenza e sacrificio. Finché ci saranno tifosi disposti a mettersi in viaggio, la trasferta continuerà a vivere, anche se oggi più che mai sembra una battaglia contro il tempo, i costi e un calcio che rischia di dimenticare chi lo ha sempre sostenuto.