Non basta “fare meglio” dietro se davanti non si tira mai in porta. La sconfitta contro il Benevento lascia in eredità una sensazione chiara e preoccupante: questa Salernitana è più ordinata, ma molto meno pericolosa.
All’Arechi si è vista una squadra più compatta rispetto al disastro di Potenza, più attenta nelle distanze e meno vulnerabile. Ma il prezzo pagato è stato altissimo: zero imprevedibilità, ritmo basso e un attacco praticamente inesistente. Il possesso palla c’è stato, ma è rimasto sterile, lento, incapace di trasformarsi in occasioni vere.
La squadra di Serse Cosmi ha dato la sensazione di giocare con il freno a mano tirato. Linee troppo distanti quando si trattava di attaccare, pochi uomini oltre la metà campo e nessuna vera pressione negli ultimi metri. Il risultato è stato un copione prevedibile: giro palla orizzontale, pochi rischi… e zero pericoli.
Il Benevento, invece, ha fatto la partita che ci si aspetta da una squadra matura: compatta, cinica, sempre in controllo. Ha concesso poco e colpito quando serviva, senza mai perdere equilibrio.
Nel post gara, il vice Giuseppe Scurto ha parlato di miglioramenti difensivi e di una squadra che ha dato tutto. Ma la realtà è che oggi alla Salernitana manca la cosa più importante: la capacità di fare male. Senza quella, ogni passo avanti rischia di essere inutile.
E ora il tempo stringe. Perché a tre giornate dalla fine non si può più parlare di “segnali positivi”: servono gol, servono vittorie, serve soprattutto un’identità chiara.
Così, invece, si galleggia. E nei playoff, galleggiare non basta: si affonda.