Ancora una volta, i tifosi restano fuori. La decisione di vietare la trasferta ai sostenitori della Salernitana in occasione della gara di Potenza è solo l’ultimo episodio di una tendenza ormai consolidata nel calcio italiano: prevenire invece che gestire.

Il provvedimento, motivato da ragioni di ordine pubblico, arriva come spesso accade senza un reale tentativo di distinguere tra chi il calcio lo vive come passione autentica e chi invece lo usa come pretesto per creare disordini. Il risultato? Una punizione collettiva che colpisce indistintamente migliaia di persone che avrebbero semplicemente voluto seguire la propria squadra.

Il problema è strutturale. Da anni si preferisce la strada più semplice: chiudere, vietare, limitare. Le trasferte vengono bloccate con facilità disarmante, trasformando quello che dovrebbe essere un momento di festa e aggregazione in un evento sterilizzato, privo di una delle sue componenti essenziali. Perché il calcio, senza tifosi, perde identità. Senza il calore del settore ospiti, senza cori, colori e rivalità (quelle sane), lo spettacolo si impoverisce inevitabilmente.

Eppure, altrove si dimostra che un’alternativa esiste. In molti paesi europei si investe in organizzazione, dialogo con le tifoserie e responsabilizzazione dei club. In Italia, invece, si continua a trattare il tifoso come un problema da contenere, non come una risorsa da valorizzare.

Vietare una trasferta non risolve il problema della violenza negli stadi. Lo sposta, lo nasconde, ma non lo elimina. Anzi, alimenta frustrazione e distanza tra istituzioni e pubblico. È una soluzione tampone che diventa sistema, un’abitudine che rischia di svuotare progressivamente il senso stesso del calcio.

La partita tra Salernitana e la squadra di casa si giocherà comunque. Ma sarà inevitabilmente diversa. Più silenziosa, meno intensa, meno vera.

E allora la domanda resta: che calcio vogliamo? Uno sicuro ma vuoto, o uno vivo, partecipato e capace di gestire le proprie contraddizioni senza spegnere la sua anima?