Alle 23:59 del 31 dicembre 2021, quando il 2022 era a un minuto di distanza, a Salerno arrivò la PEC del trust: l’offerta da 10 milioni di euro per l’acquisizione della U.S. Salernitana 1919 era stata accettata. Pochi istanti dopo, mentre la notizia cominciava a rimbalzare tra tifosi e addetti ai lavori, circolò anche un audio di Danilo Iervolino: un “wow” spontaneo, diretto, la comunicazione immediata alla città che la Salernitana aveva un nuovo proprietario. La festa partì prima della mezzanotte, in tempo reale, in una notte che sembrava l’inizio di una nuova storia.

Il giorno seguente, 1° gennaio 2022, arrivò l’annuncio ufficiale sui social. Iervolino si presentò così alla piazza: “È con grande emozione che annuncio di aver concluso l’accordo per l’acquisizione della U.S. Salernitana 1919… Salerno e i suoi tifosi meritano una squadra competitiva… Credo fortemente che il progetto di rilancio garantirà equilibrio e stabilità… Assicuro il massimo impegno per costruire un futuro duraturo… Auguri a Salerno, forza granata”. Un manifesto, una promessa solenne, parole che in quel momento sembravano l’alba di una nuova era.

Oggi, 13 gennaio, cinque anni dopo, quel messaggio pesa come un macigno. Perché il bilancio della gestione Iervolino, al netto dell’avvio brillante, è diventato un conto amaro.

L’inizio fu da manuale. Nei primi mesi, con investimenti importanti e una mossa decisiva sul piano tecnico – l’arrivo di Walter Sabatini dopo l’uscita di Fabiani – la Salernitana cambiò pelle. Con Davide Nicola in panchina arrivò una salvezza storica, la prima in Serie A nella storia del club. Non solo un risultato: una rinascita. Salerno si riconobbe in una squadra vera, in una proprietà che sembrava avere idee e struttura.

La stagione successiva consolidò quelle sensazioni. Finito il rapporto con Sabatini, con Morgan De Sanctis direttore sportivo arrivò un’altra salvezza, stavolta con il record di 42 punti: mai così tanti in A per i granata. Due stagioni, due permanenze, un percorso che appariva solido. La piazza parlava di ciclo, di crescita, di stabilità.

Poi il tracollo.

Il progetto si è consumato in poco più di un anno e mezzo. Le scelte hanno perso coerenza, la programmazione è diventata fumosa, la visione si è dissolta. Nel campionato successivo di Serie A, la Salernitana ha chiuso con la media punti più bassa del torneo: 17. Un dato impietoso. Nel 2024 è arrivata la retrocessione in Serie B, non come episodio isolato, ma come conseguenza di una gestione che aveva già smarrito direzione.

La stagione seguente non è stata una rifondazione, ma un’ulteriore caduta. L’impressione, sempre più diffusa, è stata quella di una proprietà concentrata sulla gestione economica e sulla cessione dei calciatori, più che sulla costruzione di una squadra competitiva. Un altro buio. Fino all’epilogo del 2025: la sconfitta ai playout contro la Sampdoria, tra polemiche note, e il ritorno in Lega Pro. Per una piazza come Salerno, una ferita sportiva e identitaria.

Ma il problema va oltre il campo. È un tema di rapporto con la città. Negli ultimi anni si è scavato un solco tra la proprietà e la tifoseria. Iervolino non parla più a Salerno, non si confronta, non spiega una visione. Eppure aveva tutto: entusiasmo, sostegno popolare, una provincia pronta a seguirlo. Al contrario, ha sottovalutato i campionati di Serie B e Lega Pro, ha perseverato in scelte sbagliate, ha dato l’impressione di non comprendere la specificità di questa piazza. Nel calcio si può sbagliare. Continuare a sbagliare, ignorando il contesto, significa condannarsi.

I numeri parlano chiaro: cinque anni di gestione, tre dei quali segnati da retrocessioni, disillusione e assenza di progetto. Il ciclo che doveva portare “equilibrio e stabilità” ha prodotto l’effetto opposto. La tifoseria, che ha dimostrato in Serie A di saper riempire lo stadio quando esiste una squadra credibile, oggi non si riconosce più in questa proprietà. A Salerno le promesse non bastano più.

Il giudizio, ormai, è netto: la gestione Iervolino ha fallito. I meriti iniziali – le due salvezze storiche – non possono cancellare il crollo successivo. Il progetto sportivo si è esaurito, la visione non c’è, il rapporto con la piazza è compromesso.

Per questo oggi non servono mezze misure. Se non esistono più le condizioni per rilanciare seriamente il club, la strada è una sola: vendere la Salernitana. Metterla nelle mani di chi abbia competenze, risorse e soprattutto una visione sportiva vera. Salerno non è inferiore a piazze come Como o Sassuolo: merita di stare nel calcio che conta. E se anche la vendita non dovesse concretizzarsi, resta un’ipotesi estrema ma necessaria: consegnare il titolo sportivo al sindaco, per tutelare un patrimonio che appartiene alla città prima ancora che a una proprietà privata.

Il tempo delle parole è finito. Oggi il ciclo targato Danilo Iervolino a Salerno è chiuso. Continuare così significa soltanto prolungare una crisi che ha già fatto troppi danni. La città non chiede miracoli: chiede rispetto, competenza e un progetto vero. E se questo progetto non può più essere garantito da chi oggi guida il club, allora la Salernitana va ceduta. Subito.